Scripta manent

Il Watergate e l’advocacy journalism

Dal 1964 l’America si era imbarcata in una guerra, quella in Vietnam, che doveva essere semplice, breve e indolore, ma che si stava rivelando di giorno in giorno più devastante. Per numerosi anni la stampa americana seguì la linea dettata dalla Casa Bianca, presentando lo sforzo bellico in un’ottica positiva e patriottica. La distanza tra la linea ufficiale tenuta dal governo e l’evidenza dei fatti, però, non poteva più essere tenuta nascosta a lungo, e alcuni corrispondenti di quotidiani e agenzie iniziarono, seppur timidamente, a denunciare le difficoltà e gli abusi della guerra. Iniziarono a diffondersi immagini di villaggi devastati, vietnamiti uccisi e soldati americani stanchi e sofferenti.

E’ il New York Times a pubblicare, per primo, i Pentagon Papers, documenti che rivelano come le autorità abbiano mentito sistematicamente al pubblico sull’andamento della guerra. Un grande scoop, che però porta la magistratura a proibire a NYT di continuare a pubblicare i papers. E qui entra in gioco il Washington Post: dopo dubbi e perplessità iniziali, Katherine Graham decide di raccogliere il lavoro del quotidiano newyorkese e proseguire l’iniziativa lasciata a metà.

Non solo: la notte del 17 giugno 1972 alcuni sconosciuti si introducono nel complesso residenziale Watergate, a Washington, sede del Partito democratico. Sembra un banale caso di cronaca, e il Washington Post affida il caso a due giovani cronisti, Bob Woodward e Carl Bernstein. Loro si accorgono che una delle persone che si è intrufolata nel Watergate è riconducibile ai servizi segreti. Ne nasce una lunga inchiesta, pubblicata a puntate sul quotidiano, grazie anche alle indiscrezioni di “Gola profonda”, un informatore segreto (si è scoperto, in un secondo momento, che si tratta del vicedirettore dell’FBI, Mark Felt). Woodward e Bernstein portano alla luce l’attività di spionaggio condotta dai Repubblicani nei confronti dei Democratici, e l’uso di fondi pubblici e servizi segreti, da parte della Casa Bianca,  per screditare i rivali

 

 

Janis Joplin – Buried Alive in the Blues

I’m buried alive, oh yeah, in the blues I’m buried alive, somebody help me, in the blues I beg for mercy, I pray for rain, I can’t be the one to accept all this blame, Something here’s trying to pollute my brain,
I’ buried alive in the blues.

It’s real hard you know, it’s real hard being buried alive
It’s real hard being buried alive
When you’re buried alive they walk right on by you.
When you’re buried alive they never care about you.
When you’re buried alive, oh, you reach out for somebody,
And when you’re buried alive you get can’t seem to press on through
Being buried alive is a bad condition; it’s a real weird situation
Being buried alive in the blues, it’s a real weird situation

2 thoughts on “Scripta manent

  1. Pingback: Buried alive in the blues – Sepolta viva nel blues « Ritratti di signore

  2. Pingback: Katherine Graham, la donna del presidente | Ritratti di signore

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