Ayaan Hirsi Ali: una vita tra la denuncia e l’attacco

Ayaan Harsi Ali

Quella di Ayaan Hirsi Magan era una famiglia importante della Somalia: figlia di un oppositore del regime di Siad Barre, discendente da una dinastia che risale a ottocento anni fa. Aveva molte più possibilità delle sue conterranee, eppure è fuggita lontano dalla sua casa d’origine. Quando aveva solo cinque anni, fu sottoposta a infibulazione, pratica crudele, ma ancora troppo diffusa nel mondo. Diciassette anni dopo, il padre decide di affidarla in sposa, e la mette su un aereo per la Germania, da dove sarebbe partita alla volta del Canada. Ayaan coglie al volo l’occasione: arrivata in Europa, scappa e si dirige verso l’Olanda, dove ottiene il diritto d’asilo.

Infidel, scritto da Harsi Ali nel 2007

In Europa inizia una nuova vita: cambia il cognome in Ali, studia, si laurea. Nel 2003 entra nel parlamento dell’Aja, da dove conduce una campagna contro l’estremismo islamico: si occupa dei diritti delle donne e scrive la scenografia, insieme a Theo van Gogh, per Submission, film di denuncia sulle violenze subite dalle donne. E’ un personaggio controverso, quello di Harsi Ali: polemica, considerata estremista lei stessa per la sua condanna in toto dell’Islam, definendolo una religione “imbevuta di violenza”, che educa i bambini “ad auspicare violenza contro l’infedele, l’ebreo, il Satana americano”. Nonostante ciò si è esposta in prima persona, raccontando la sua esperienza, per denunciare gli orrori della mutilazione genitale femminile.

E questo è necessario.

L’Oms ha pubblicato il rapporto sulla diffusione dell’infibulazione: ad oggi, sono 135 milioni nel mondo le bambine sottoposte a questa tortura, 500mila in Europa, 40mila solo in Italia. Non è un mondo, poi, così lontano dal nostro. Una legge non basta: l’Onu ha discusso una proposta di risoluzione contro le mutilazioni, ma quello che serve è informare, far conoscere, superare il tabù.

Donne somale nascoste dal chador; fonte: it.peacereporter.net

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